Karate: cosa c’è dietro al kimono e alla cintura.

di Kristina Aliberti

Quando sentiamo parlare di karate ci vengono subito in mente i famosissimi film della serie “Karate Kid”, i super maestri giapponesi e gente che spacca tavolette, ecco l’ultimo è uno stereotipo al giorno d’oggi, ma davvero pochi conoscono che cosa sia davvero questa arte marziale. Scrivo questo articolo da praticante, agonista e vera appassionata di karate, cercando di trasmettere almeno un briciolo della passione che nutro verso questa arte marziale, nella speranza di suscitare la vostra curiosità. Vorrei partire dicendo che chiunque, davvero chiunque, può praticare karate, a qualsiasi età, con qualsiasi interesse e obiettivo in testa: da chi vuole imparare a difendersi a chi vuole diventare campione del mondo.

Cosa insegna il karate? Tantissime cose… oltre a difendersi insegna davvero molto di più, dà molto di più, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Intanto sicuramente rafforza il fisico e gli dà una grande resistenza, forza e agilità. Dal punto di vista psicologico invece conferisce sicurezza, calma, dà adrenalina, è divertente, regala una grande connessione con sé stessi, ci si impara ad ascoltare, a controllarsi, insegna ad avere lucidità anche nelle situazioni difficili. Poi non si può certo tralasciare l’aspetto sociale, infatti le squadre di karate solitamente sono molto unite, nel dojo ci si sente un po’ come in una seconda famiglia.

Negli anni questa disciplina si è evoluta talmente tanto da accontentare gli interessi di moltissimi. Al giorno d’oggi il karate è suddiviso in due correnti: una tradizionale e una sportiva. I tradizionalisti cercano di mantenere la disciplina com’era in antichità, i secondi invece “sportivizzano” sempre di più il karate. Il tradizionale si concentra molto su metodi e insegnamenti antichi e storici. Le tecniche servono proprio ad abbattere l’avversario con un solo colpo, ci si concentra sulla tecnica pura, sulle posizioni e sull’esecuzione delle tecniche, la priorità è l’autodifesa e l’introspezione. Nel karate sportivo invece la priorità è il divertimento. Parte dalla base tradizionale, perché senza una solida base non si riesce a fare karate sportivo in modo corretto, rendendo più sportiva l’esecuzione di tutto.

Il karate ha due specialità fondamentali: il kata e il kumitè. Il primo sono una serie di posizioni e tecniche eseguite di fila individualmente, che simulano un combattimento. È una parte molto introspettiva del karate e costituisce le basi della tecnica da utilizzare nel combattimento. Il kumitè invece è il combattimento vero e proprio, il cui scopo nel tradizionale è abbattere l’aggressore, mentre nello sportivo è il divertimento e la simulazione di un combattimento reale. Nel combattimento sportivo ci sono dei rigidi regolamenti che vietano di ferire l’avversario, infatti si parla di “skin touch”, tocco a fior di pelle, cioè un leggero tocco. La tecnica va tirata tutta e nel modo corretto, ma bisogna essere bravi a controllarla e a non fare male all’avversario.

Quindi sfatiamo un mito: il karate non è assolutamente uno sport violento, infatti fin dall’inizio nasce per difendersi, non per attaccare e per quanto riguarda il karate sportivo bisogna controllarsi e non fare male. Se ci si sbaglia infatti, si viene sanzionati e alla quarta sanzione si viene squalificati. Come funzionano le gare? Nelle gare di kata si va per punteggio, oppure per bandierine, che funzionano in questo modo: ci sono cinque giudici, uno per ogni angolo al tatami e uno su un lato (tappeto quadrato). Due contendenti eseguono il proprio kata uno dopo l’altro, un contendente ha la cintura rossa, mentre l’altro quella blu. Alla fine di entrambe le performances, i giudici alzano una bandiera, rossa o blu, a seconda dell’atleta che hanno preferito. Nelle gare di kumitè ci sono sempre cinque giudici: quattro seduti agli angoli del tatami e uno principale in piedi che dirige il combattimento e si muove sul tappeto. L’atleta riceve un punto per una tecnica di braccia, due punti per una tecnica di gambe al busto e tre punti per una tecnica di gambe al volto oppure per una proiezione (buttare a terra l’avversario). I punti vengono segnalati dai giudici alzando la bandierina rossa o blu a seconda del colore della cintura dell’atleta che ha fatto punto. Vince chi ha fatto più punti. Chi vince va avanti nella gara e si scontra con chi ha vinto in un altro combattimento, così fino alla finale. Alla fine ci sono un primo posto, un secondo e due terzi. Nel kata a punteggio c’è un solo terzo posto. Le gare si dividono tutte in maschile e femminile e nel combattimento si dividono anche in categorie di peso.

Detto ciò, credo che per un’approfondita conoscenza di questa disciplina sia necessario fare non solo sia kata sia kumitè, ma cercare anche di approfondire la parte più tradizionale oltre che quella sportiva. Inoltre è importantissimo il maestro, che deve non solo essere bravo tecnicamente, ma deve sapere trasmettere la passione, la dedizione, la disciplina e tutto ciò che c’è dietro ad una “semplice” tecnica.

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