Fino all’ultimo giorno della mia vita – Salvatore Borsellino, Benny Calasanzio

 

In memoria di Paolo

 

 

Salvatore Borsellino racconta i ricordi di una vita al giornalista Benny Calasanzio, con il quale condivide il dolore di essere parenti di vittime di mafia. Una vita iniziata sotto le bombe degli Alleati nella Palermo del 1942, poi sconvolta dall’autobomba che causò la strage di via D’Amelio il 19 luglio 1992. Dall’infanzia felice trascorsa con il fratello Paolo e le sorelle Adele e Rita alla Kalsa, un quartiere oggi completamente trasformato, agli anni dell’università e poi il trasferimento nel Nord Italia. Mentre Paolo diventa un personaggio pubblico per il suo impegno contro la mafia, Salvatore fa carriera come ingegnere elettronico; i due fratelli percorrono strade diverse, che torneranno a unirsi con il più tragico degli eventi. Da quella domenica d’estate Salvatore si fa carico della memoria del fratello, che diffonde in ogni angolo d’Italia.

 

 

 

Salvatore Borsellino (Palermo, 1942) è un ingegnere e attivista italiano, fratello minore del magistrato Paolo Borsellino. Nel 2009 promuove, in collaborazione con il Comitato Cittadino Antimafia “19 Luglio 2009”, la prima Marcia delle Agende Rosse da cui nascerà il “movimento delle Agende Rosse”.

Benny Calasanzio (Castelvetrano, 1985) è giornalista, blogger e scrittore. Ha collaborato con «il Fatto Quotidiano» e numerose testate online come «MicroMega» e «Cadoinpiedi». Ha pubblicato Sotto Processo (2010) e Mafia SpA (2011) e Capitano Ultimo (2012).

 

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La mafia non è una cosa da adulti – Stefano Baudino

 

Da Falcone e Borsellino agli intrecci fra mafia e Stato: trent’anni di lotta raccontata ai ragazzi

Con un contributo di Salvatore Borsellino

 

 

«Un giorno, parlando della mia attività di scrittore sulle vicende di mafia, un mio amico mi chiese: “Ma per quale motivo ti stai occupando di cose da adulti?”».
Stefano Baudino, classe 1994, si occupa di mafia sin dai tempi del liceo. Oggi va lui nelle scuole, a parlarne ai giovani delle ultime generazioni.
Per Baudino la mafia non è una cosa da adulti. Al contrario. La mafia la devono, la possono capire anche i ragazzi e le ragazze di oggi. La storia di Cosa nostra, le sue strutture, i suoi codici. Falcone e Borsellino (il libro contiene un’intervista toccante al fratello di quest’ultimo, Salvatore); il maxi-processo, le stragi del ’92. Fino alla trattativa Stato-mafia, che questo libro affronta senza reticenze: perché è ai giovani prima di tutto che bisogna dire la verità, se si vuole che questo Paese diventi migliore, un Paese finalmente adulto.

 

 

Stefano Baudino (Torino, 1994), è laureato in Mass Media e Politica all’Università di Bologna. Scrive per «Antimafia Duemila», «L’Indipendente» e «il Fatto Quotidiano» ed è autore di Fuori di Gabbia (2017) e La Repubblica Punciuta (2018). Collaboratore nelle scuole e nelle università con un modulo didattico su Cosa nostra, è coordinatore della sezione forlivese del Movimento delle Agende Rosse di Salvatore Borsellino. Nel 2021 l’Università di Bologna gli ha conferito una menzione al merito per l’impegno civile e nel 2022 la Fondazione Italia-usa gli ha assegnato il “Premio America Giovani” al talento universitario.

 

 

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Boris Giuliano di Daniele Billitteri

 

 

«Quelli che, alla fine, si arrabbiarono.»

L’editore Francesco Aliberti oggi ci parla della Squadra dei Giusti, la Squadra di San Giorgio. Giorgio era Boris Giuliano, poi c’erano “Franz”, “’ngazziddu”, “Vicè”, “Tonino”, “’u nicu” e “Peppino di Capri”. Le giacche aperte, le fondine sul fianco destro con le Smith & Wesson calibro 38 Special Classic.

È negli anni Sessanta che comincia la vera lotta alla mafia: senza pentiti, senza la legge La Torre, senza la Procura nazionale antimafia. A loro, alla Squadra dei Giusti si deve l’intuizione investigativa che la mafia abbia una struttura.

Chi ha scritto questo libro è cresciuto in mezzo a quei poliziotti, ha mangiato insieme a loro, ha visto con loro bei film sullo schermo e brutti film per le strade insanguinate. Ha portato le bare di alcuni di loro sulle spalle e ha ancora negli occhi i volti delle vedove e degli orfani.

Questa è la storia di Boris Giuliano, uomo e poliziotto, e della sua Squadra.

 

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Boris Giuliano – Daniele Billitteri

La Squadra dei Giusti

«Erano semplicemente “la Squadra”.
Ogni mattina si trovavano tutti lì, sotto il quadro di Michele Arcangelo che trafigge il drago, simbolo del Male, in una stanza piena di mobili scompagnati: una scrivania finto rococò, una poltrona con i braccioli, una vetrinetta portadocumenti, uno scaffale, un tavolinetto per i telefoni, un divanetto in similpelle verde, due poltroncine, un tavolino rettangolare da caffè. Due finestre su Villa Bonanno. Di fronte, laggiù, il palazzo arcivescovile; a destra, il prospetto sfuggente della questura; a sinistra, oltre le cime degli alberi, il Palazzo dei Normanni, sede del parlamento più antico d’Europa.»

 

 

Questa è la storia della Squadra di San Giorgio, o della Squadra dei Giusti, se preferite. Giorgio era Boris Giuliano, poi c’erano “Franz”, “’ngazziddu”, “Vicè”, “Tonino”, “’unicu” e “Peppino di Capri”. Le giacche aperte, le fondine sul fianco destro con le Smith & Wesson calibro 38 Special Classic. Un ufficio come gli altri alla Questura di Palermo. Ma la loro era una squadra davvero speciale. È negli anni Sessanta che comincia la vera lotta alla mafia: senza pentiti, senza la legge La Torre, senza la Procura nazionale antimafia. A loro, alla Squadra dei Giusti si deve l’intuizione investigativa che la mafia abbia una struttura.
Chi ha scritto questo libro è cresciuto in mezzo a quei poliziotti, ha mangiato insieme a loro, ha visto con loro bei film sullo schermo e brutti film per le strade insanguinate. Ha portato le bare di alcuni di loro sulle spalle e ha ancora negli occhi i volti delle vedove e degli orfani. Questa è la storia di Boris Giuliano, uomo e poliziotto, e della sua Squadra.
Quelli che, alla fine, si arrabbiarono.

 

Daniele Billitteri, scrittore, blogger e uomo di teatro, ha lavorato al quotidiano palermitano «L’Ora». Dal 1979 alla pensione – nel 2011 – è stato cronista e poi caposervizio al «Giornale di Sicilia».

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